Roma

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Di colpo, arrivarono gli anni Ottanta. Con una lunga e insistente risata chioccia, convogliarono nelle piazze una slitta straripante di doni per tutti: gioielli d’oro finto e vero, tante automobili, una TV imperante, luccicanti giochi di società, chiome con permanenti e la quasi assenza di stragismo. Capitava di compiere 18 anni proprio nel clou di quell’epoca e di rifiutarne però l’andatura imbizzarrita, frenata soltanto in superficie dall’eleganza ritmata e fredda e di platino della opulenta Milano, città che attirava invero per la munifica architettura di glassa con la quale rivestiva le sue profferte ma che ci rifiutava, ci scostava infastidita se non rispettavamo i dettami di forma, compostezza, ricchezza necessari per partecipare alla festa.

E dunque era accaduto di dover cercare altrove strade dove far battere il cuore al ritmo di quella libertà tanto desiderata: un passo di lato, lo sguardo verso sud e poi via, a sognare la città delle cupole bianche. Anche a quel tempo alcune cose piccole amplificavano un intero mondo, e nel caffè del pomeriggio sorbito dal bicchiere non cresceva soltanto una forma dal vetro ma si esortava l’estate compiuta, l’odore del mare che ci investiva schiudendo dal pugno la pesante tenda verde della soglia che un giorno della nostra infanzia avevamo raccolto e poi, trattenendo il respiro per la paura e lo sforzo, spalancato di colpo, soverchiati dalla massa luminosa del sole. Ricordavamo poi, contro la nostra volontà, quel regalo che ci era già stato concesso alcune volte nella nostra giovane vita e dopo mai più: il cammino della luce, ben più ammaliante della glassa lucida, conduceva a Roma.

Nella vastissima città le dita insieme a un sassolino di marmo avevano raccolto una conferma: avevano detto la verità: era eterna. Il profumo dell’eterno si mescolava a quello degli oleandri, e il rosa acceso degli oleandri si specchiava in quello delle nuvole che al tramonto si rovesciavano nel Tevere, e il fiume del primo mattino – morbido, lento, sporco – sciacquettava contro le sponde di travertino e tra i muraglioni alti di medioevo, rinascimento, risorgimento, vecchie pietre sotto le quali camminavamo picchiettandole con i frutti globosi di un ramoscello di platano e per ore, grazie alla leggerezza delle nostre Superga bianche, inseguivamo l’ombra corposa di quelle chiome, attraverso tutta l’Urbe, sino a risalire le scalinate e finire catapultate e sgomente nella periferia romana, una spianata rovente, abbacinante, di finestre e di volti duri, anch’essi pietra, tanti e raccolti sotto il tendone dell’unico bar o dell’autofficina.

E proprio in quei cerchi di visi si intrufolavano le nostre braccia sottili e il grosso fiocco tremolante sulla sommità del capo. Con una sfrontata e sudata durezza chiedevamo indicazioni per il centro, e lo chiedevamo più volte, a voce alta. Avevamo fortuna: il cerchio non si stringeva. Labbra vibranti intorno a un mozzicone umidiccio, canottiere candide ma slabbrate, occhi che si fingevano spalancati e una tinta bionda fatta in casa ci soppesavano: avevamo fianchi troppo stretti e seno quasi inesistente, mani senza anelli, il fiocco era ridicolo, nella borsuccia di paglia variopinta custodivamo soltanto mezzo pacchetto di MS, uno o due gettoni per il telefono, un portafogli sottile di stoffa, una piccola mela. Troppo poco, offrivamo troppo poco. Non valeva la pena. Diventava anzi un puntiglio proteggere quella miserabile preda e, come giaguari satolli, si facevano onore di generosità e benevolenza, e si piccavano di mostrare a noi e fra loro una cortesia tutta di borgata, che spaventava ma si doveva accettare per forza, insieme all’offerta di un’aranciata, alle domande di rito su Milano e alla mano ruvida che stringeva il nostro gomito scortandoci alla fermata dell’autobus.

Ritrovando il frastuono del centro, il rifugio di un attimo era la frescura annidata nelle vertigini barocche di Sant’Andrea della Valle deserta, una malia velenosa quel silenzio freddo e quelle volute di marmo, che ancora stillava l’ingannato cuore di Tosca. Ma nonostante l’ottundimento, non scordavamo la piccola persona risoluta che eravamo: noi non ci segnavamo, noi non chiedevamo né conforto né pietà, noi, sì, esauste, non negavamo il segreto di un amore disperato, impossibile, tanto ridondante e copioso e violento da stordirci di fatica e dolore e desiderio di lillà e lavanda. Il nostro corpo si riposava ma domande e domande ci invadevano il cervello. Che cosa volevamo? Cosa sarebbe stato meglio per noi? Le risposte ci confondevano anch’esse: avremmo strappato le corolle piene agli oleandri e ce ne saremmo rivestite piroettando e saltellando e ridendo tutta la giornata, per mai lasciare le sponde del Tevere, oppure avremmo stretto un patto di sangue con il cerchio e avremmo provato noi pure l’adrenalina dell’alcol, delle corse in moto, dei furti e la lunga indolenza nei bar degli uomini, oppure avremmo preso la rincorsa più veloce possibile e avremmo saltato dentro al fiume, interrompendo per un attimo la quiete di quell’acqua che, incurante, subito si sarebbe ricomposta, placida sovrana che si spolveri dal vestito due granelli di zucchero, e rimanendo laggiù per sempre, a farci carezzare il viso dal fondo delle chiatte. Avremmo vissuto nel chiarore di Roma, sotto i pini marittimi di Roma, accanto ai muri ocra dei palazzi di Roma, e d’amare quell’uomo non avremmo smesso mai.

Qualche anno dopo, il pomeriggio era una sedia scomoda, che ci accoglieva generosamente però sino a sera. Il cielo ormai ovunque scuro, mentre la notte milanese scintillava e s’acclamava. Milano, amante tradita, non solo ora ci scostava ma ci imprigionava, obbligandoci a restare sedute dietro la finestra, di fronte al muro, invero, e con il collo piegato guatavamo, da uno stretto rettangolo di vetro, i fanali rossi e bianchi delle auto che si incolonnavano verso il centro. E mentre scrutavamo le vite degli altri indirizzate alla gioia, così come mani di antiche novizie accanivano l’ago impaziente e adirato sul ricamo per velo da calice, noi gualcivamo, tormentavamo le pagine del libro appoggiato sulle cosce, al quale ci eravamo aggrappate per nutrire la memoria.

E quel libro era Roma di Aldo Palazzeschi.

Daniela Nicolò